Absolut

Absolut

Absolut

Giorgio Persano

Piazza Vittorio Veneto 9

Torino

7 maggio – 27 luglio 2007

Se il fuoco l’abbiamo rubato agli Dei nelle notte dei tempi, sicuramente la terra ce la siamo spartita con le guerre per millenni; nelle città europee, l’aria ha iniziato a diventare irrespirabile a metà dell’ottocento, e l’acqua diventerà sempre più un problema mondiale, nei prossimi anni. Ecco il breve compendio di una storia dell’umanità che ha trasformato i quattro elementi primordiali ( i principi che reggono il cosmo regolandone il funzionamento, secondo l’insegnamento di Empedocle), in risorse a disposizione della volontà di dominio dell’uomo. Il quadro è noto: la desertificazione avanza e il vuoto di senso che l’occidente porta con sé schiaccia l’orizzonte. Niente più basso, niente più alto, azzeramento totale di ogni valore sul piatto schermo digitale; e, la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco, la natura, quindi, attende senza fretta di riconquistare il mondo perduto, sottratto al suo incanto divino.

Nel frattempo tocca all’arte di ricordarci come stanno le cose e l’artista svizzero Reto Emch lo fa con forza e convinzione. Emch filtra con una concettualità rigorosa e una sensibilità minimale gli elementi primordiali empedoclei in differenti proporzioni e configurazioni, in un gioco di rimandi e opposizioni che preludono a suggestioni mediterranee e a una ricercata universalità condivisa, sotto il segno di una rinnovata vitalità umana. Sono opere di grande impatto visivo, ma che richiedono un attento coinvolgimento sensoriale e, il che non guasta, una velata dose di ironia che ritroviamo già nel titolo della mostra “Absolut”, ricavato da una nota marca di liquori. L’artista svizzero lavora su diversi piani senza mai abbandonare un ricercato gusto estetico e una coerenza formale: una gigantesca fotografia a colori di un mercato del pesce, delle gabbie-armadio con stoffe colorate in tinta unita, dei vestiti neri appesi al soffitto di una stanza con un’ingombrante vasca di piombo al centro, un secchio di plastica azzurro che si muove impaziente, dei getti d’acqua che lavano una parete, costituiscono i frammenti di un discorso unitario sul fronte di un impegno artistico capace di salvaguardare la propria specificità.

Le opere, nel loro muto dialogare, si richiamano con suoni liquidi e meccanici; attirano il visitatore verso la loro oggettiva persistenza di produzioni intensive di caos controllato; affascinanti macchine celibi, sono processi costruttivi sorvegliati da sistemi elettronici che generano variazioni continue, programmaticamente casuali. L’opera “Conversazione” del 2007 è percorsa da una leggera brezza; da un mormorio elettrico interrotto da brevi pause, come un respiro trattenuto tra rigidi scheletri di ferro. Una seta azzurro acquamarina gira su se stessa, si avvolge non curante intorno alla rigida struttura metallica, è un’anima imprigionata in un infinito dialogo tra identità fluide che tentano inutilmente di unirsi, di stare vicino.

Lo stesso esercizio privato, lo stesso tentativo di relazione diventa pubblico in “Nuvola nera (das Fest)” opera, anch’essa del 2007, in cui un gruppo di donne in abiti da sera si ritrova per conversare. Su i loro abiti, l’odore della pelle rimane fissato. Solo attraverso una specie di operazione alchemica sarà possibile recuperare l’essenza di quell’odore, di quell’anima. L’acqua piovana attraverserà i corpi, laverà le vesti e, raccolta in una grande vasca di argenteo piombo vellutato, conserverà la memoria nella sua traccia di sedimentazione calcarea. Un legame ancora più intenso lo ritroviamo in “Alta marea”, “Bassa marea” e “Torino”, tutte opere recentissime del 2007, che segnano un legame dell’artista con l’Italia e in particolare con il mare e la chiassosità dei suoi mercati. Chi proviene dalla direzione nord dell’autostrada A26 verso Genova, sa che ad un certo punto sul passo del Turchino, alla fine di una lunga discesa e dopo una curva, vede finalmente il mare.

È l’immagine di un salto nell’azzurro, di una promessa di colore dopo il grigio uniforme della città. Ebbene, “Torino” è la corsa verso questo azzurro, un oggetto spiazzante, animato. E’ un secchio usato al mercato del pesce su un pezzo di strada incatramata che balla, che si ritorce, che si ferma trovando un equilibrio, un centro; per poi ripartire di nuovo all’impazzata, magari verso Catania, dove troviamo “Alta marea”: un agglomerato pittorico di odori, di colori, di voci come residui di una mareggiata che si consuma quotidianamente. Copiosa, l’acqua la ritroviamo anche in “Absolution” (2007): una parete grigia viene inondata da getti intermittenti che formano macchie di colore più scuro, una sorta di gigantesco acquarello con pompe idrauliche, in cui l’acqua ricade in una vasca di catrame. Macchina sonora per lavare i propri peccati, luogo per abluzioni penitenziali, “Absolution” si presta allo sguardo di occhi che cercano nel fondo nero la propria chiarezza, per non rimanere congelati in un dialogo intimo appena riscaldato dal calore dell’alcool, come in “Absolut” del 2005. Un fuoco alcolico che ravvicina solo per un breve istante, ma che, come neve al sole, evapora nell’attesa di un nuovo amore a venire; forse assoluto?

Gian Alberto Farinella