Feritoie

Feritoie

Feritoie

Giorgio Persano

Via Brentano

Milano

Inaugurazione 21 maggio 1991

Alfredo Romano possiede una notevolissima e profonda “immaginazione materiale”.
Profonda nel senso del termine, giacchè proviene dal basso, da sottoterra. Non sarebbe straordinario scorgerlo mentre affonda le sue mani aperte nella terra per trarne il suo impasto. Un impasto che sale al soffitto e lo farà saltare.

“Opera al nero”, 1985 – ferro, legni, catrame, corda. Cm 210 x 210.
Che cosa si potrà mai proiettare su questo quadrato nero?
Niente se non l’immagine sostanziale o sostanziosa del mio spazio. In questo quadrato nero non c’è nulla che prefiguri o che si prefiguri. E’ il gradino più basso, lo stuoino che calpesto ogni giorno prima di bussare alla porta. Passaggi e paesaggi del nero.

“Pasto sordo”, 1988-1989 – ferro, gesso, cera, alluminio, rame.
Apparentemente una regola di buona educazione. Di educazione forzata, costipata, a causa di una mancanza, di una ferita. Non sentire (ma non dalla nascita) determina necessariamente un altro spazio. I piatti, le scodelle, sono fissati sul tavolo. Ridurre il rumore al silenzio… o forse, ancora una volta, l’impasto delle sostanze che “sono state”, un pasto del passato appunto.

L’impasto immaginario, per Alfredo Romano, prevede, come minimo, la presenza di due elementi o ingredienti. In “Pasto sordo” troviamo alcune coppie di ingredienti (gli ingredienti della realtà vanno sempre in coppia). Queste sostanze (mai solo aeree metafore) sono il freddo e il caldo, il silenzio e il rumore ma soprattutto la presenza e l’assenza. L’opera, infatti, nella sua interezza prevede, oltre al già citato tavolo, una proliferazione innumerabile (se non nel perimetro della superficie) di quadri irregolari di gesso parzialmente “costretti” all’interno d strisce di ferro che riempono le pareti di una stanza.
Accumulazione e svuotamento (mediante il bianco del gesso e la sordità del del pasto) sono due azioni ma, sostanzialmente sono anche forze contemporanee in quest’opera. Due azioni che, finalmente, non sono paradossali, forse proprio grazie alle nascoste virtù telluriche dell’impasto.

“Feritoie I”
Alfredo Romano dice: “Nel mio lavoro mi sono prefisso di aprire dei piccoli varchi, di volta in volta, per congelare tutta la mia storia.”
Che l’opera dell’artista sia la sua biografia (o mitobiografia) è un’ovvietà. Tuttavia è fuori dall’ordinario che un artista si affidi coscientemente ad un progetto che prevede la progressiva spoliazione della sua storia personale. Guardare attraverso queste feritoie della vita ci a sentire un po’ voyeurs. D’altra parte, non è male enfatizzare l’elemento essenziale dell’arte (del fare arte): guardare ed essere guardati.

“Feritoie II”
Sospese, due grate di vetro si fronteggiano. Al centro dello spazio vi è – secondo la definizione dello stesso Romano -“un archivio di materiali incastrati con il feltro tra le mensole di ferro”.
Le grate di ferro sono delle feritoie.
Tali feritoie sono sospese a mezz’aria, così come lo è il corpo ferito dell’opera (ferito dallo sguardo, forse, ma anche da una generalissima idea dell’arte come sottrazione, come dislocazione, come colpo inferto o ricevuto dai “nemici”). Un impasto che realmente salirà al soffitto o lo farà saltare.

Cecilia Casorati