Zena el Khalil | from Mirfaq to Vega

Zena el Khalil | from Mirfaq to Vega

Zena el Khalil | from Mirfaq to Vega

21 ottobre 2014 | 10 gennaio 2015
prorogata sino al 17 gennaio 2015

inaugurazione 20 ottobre | 18 – 22

Dal 21 ottobre 2014 al 10 gennaio 2015, la galleria Giorgio Persano propone “from Mirfaq to Vega”, mostra personale dell’artista Zena el Khalil. Eclettica figura di attivista culturale libanese, nata nel 1976, durante l’invasione del Libano del 2006 il suo blog è stato tra i più seguiti del Medio Oriente e il suo libro Beirut, I Love You, tradotto in molte lingue. Nel 2012 è stata nominata TED Fellow. Oggi, in questa mostra, si misura in un articolato progetto espositivo.

Attraverso sculture, video e tele, l’artista ripercorre la propria storia familiare, per testimoniare le tragiche vicende di uno dei luoghi più complessi e martoriati al mondo.

Dopo 22 anni di occupazione, l’esercito israeliano, il 25 maggio del 2000 – in sole 24 ore – ritirò le sue truppe dal sud del Libano. La casa di Zena el Khalil, a Hasbaya, era stata convertita in zona militare e le camere nelle quali era cresciuta usate come prigioni e stanze per gli interrogatori. L’esercito aveva inoltre costruito un bunker vicino alla quercia sotto la quale il padre di Zena soleva giocare: “Dopo che i soldati avevano lasciato il paese, impiegammo anni per accettare l’idea che il nostro spazio personale ci fosse stato tolto, e andare avanti, e una sfida fu lo smantellamento del bunker senza abbattere l’albero.”
Sono i ricordi latenti che inducono Zena el Khalil a costruire intorno alla sua storia personale, dei suoi antenati e di tutto un popolo un nuovo progetto artistico.
Durante l’occupazione francese del Medio Oriente, Zayd al Atrash, in fuga insieme al bisnonno di Zena, Fadlallah al Atrash, compose un poema di guerra – qasida. Anni dopo lo stesso Zayd consegnò la poesia a sua nipote Asmahan, cantante siriana drusa divenuta celebre alla fine degli anni ’30 e morta misteriosamente in giovane età.
Asmahan trasformò il poema nella canzone Ya Dirati (Paese mio) che recita così: Paese mio, non biasimarci. Biasima chi ti ha tradito, abbiamo bagnato le nostre spade con il sangue dei nostri nemici. A differenza dei traditori, noi non ti abbiamo dato un prezzo.

E nella solitudine della casa ormai distrutta e diroccata l’artista prosegue il suo “viaggio”. Brucia il velo bianco che tradizionalmente viene indossato dalle donne della regione e con le sue ceneri crea l’inchiostro “per indagare l’assenza di luce. Dal fuoco creiamo la vita. Dalla distruzione troviamo la forza per dare significato alle nostre esistenze. Se le stelle si distruggono, forse per noi è naturale fare lo stesso.“

Ritroviamo frammenti di questa storia nei suoni, nelle luci, nelle parole, nei gesti, nei segni che compongono ogni opera di questa mostra che Zena el Khalil così vuole definire:
“Questo lavoro è sulla casa.
Sulle case che abbiamo avuto, su quelle che abbiamo perso, su chi le ha distrutte.
Ma, infine, il mio lavoro è sul perdono, l’amore e la compassione.”

A House from Aley, 2014
video
5’29”