Lina Fucà

Lina Fucà

Lina Fucà

8 aprile – 25 giugno 2016
prorogata sino al 23 luglio 2016

opening 8 aprile, ore 18 – 20

Guardare gli altri, lasciarsi guardare, guardarsi: di questo intreccio si nutrono le opere di Lina Fucà in mostra alla Galleria Giorgio Persano da venerdì 8 aprile 2016.

Un intreccio che prende corpo in forme e modalità visive poliedriche: dalla proiezione di un video dove l’artista e una ragazza egiziana si confrontano attraverso gesti simili e distanti, alla composizione di una scatola luminosa in cui l’autoritratto risulta dalla sovrapposizione di ritratti realizzati da altri; dalla ripresa della vestizione dell’artista compiuta da donne che la trasformano in una sembianza di sé (segno tangibile dell’incontrarsi), alla tenace e lieve ombra lasciata su grandi fogli bianchi che raccontano il viaggio interiore di una giovane donna sulla soglia della sparizione.

Lina Fucà è nata a Torino nel 1972. Dopo aver frequentato il Liceo Artistico, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Torino, diplomandosi in pittura.
Negli stessi anni inizia a compiere performance di pittura dal vivo con il gruppo teatrale Il Barrito degli Angeli. Questa esperienza amplifica l’attitudine dell’artista a far dialogare la propria pratica figurativa con altre forme espressive quali teatro, musica e video. L’evoluzione naturale di questa dinamica relazione la porta ad occuparsi di scenografia e costumi con numerose realtà della scena teatrale e cinematografica indipendente.

L’interazione fra diversi linguaggi è divenuta in questi ultimi anni la caratteristica della sua ricerca, che parte innanzitutto da una riflessione sulla percezione di sé in rapporto alla percezione “degli altri”.
 Ne è testimonianza l’opera “Vedo nel velo non vedo”, presentata alla Fondazione Merz nel luglio 2013 nell’ambito di Meteorite in Giardino.

Ancora un po’ è un filmato che cattura – o tenta di farlo – il gesto di un abbraccio selvaggio e ludico fra l’artista e i suoi due figli ancora bambini, un gesto che è anche un tentativo di rendere eterno qualcosa di biologicamente transitorio: sarà impossibile abbracciarsi con quell’intensità nel futuro quando il tempo sarà passato e i corpi della madre e soprattutto dei figli non potranno più porsi in relazione attraverso quella fisicità. Tutto questo viene vissuto in un paesaggio rarefatto dove i corpi si muovono sospesi in una sorta di danza che sembra non (voler mai) giungere a termine, dolce e drammatica come la malinconia violenta del bianco e nero, colori che esasperano la dimensione materica di un tempo e di uno spazio irreali.

Senza lasciare tracce si compone di dieci fogli bianchi a grandezza naturale, con impressi la sembianza di una figura femminile colta in differenti istanti. Da dove arrivano queste apparizioni fragili ed eteree? Riemergono dalla memoria e dal vuoto per reclamare un’identità o invece stanno svanendo e ciò che ancora si vede appartiene a qualcosa destinato a scomparire per sempre? Sono ombre lasciate sul foglio da un corpo che lotta per non esserci più o per esserci ancora? Questo conflitto vive anche nel testo che accompagna le figure, parole che si intravedono, frammenti in bilico tra l’ossessione del ricordo e il desiderio di oblio.

Unopertreugualesette. Cinque schermi in verticale, ogni schermo diviso in tre parti uguali con tre riprese distinte e simili. In esse l’artista è accolta da un’altra donna nella propria casa. Inizia una vestizione dove l’ospite attraverso i propri indumenti dà un volto e un aspetto nuovo all’artista. Ognuna, con i suoi tempi e in armonia con le proprie abitudini, trasforma chi ha di fronte in qualcun altro, dandole un’altra identità, in incontro fra l’immagine di sé e il corpo da manipolare. Nel raccontare lo svolgimento di quest’azione, i tre filmati si allineano fino a coincidere ad un solo ritmo e ad una sola durata. Nel finale, dopo questo breve viaggio in un’altra donna, l’artista resta da sola nella sua nuova sembianza davanti all’obiettivo. E le donne che hanno abitato questo percorso in ogni schermo sono sette: l’artista, le tre donne che la ospitano, le tre forme che Lina Fucà alla fine incarna.

Core. “E la pupilla, come disse Socrate ad Alcibiade, è la parte più eccellente dell’occhio, non solo perché è quella che vede, ma perché è quella dove chi guarda incontra, nell’occhio dell’altro, il simulacro di chi guarda.” (Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia). Quest’opera può essere considerata nella sua totalità o nei singoli elementi che questa interezza vanno a formare. Si tratta di dieci scatole luminose dove una sovrapposizione di una foto e di un autoritratto dell’artista convive con un ulteriore ritratto compiuto da persone ad essa legate: il risultato è uno sguardo inteso come incontro di sguardi, che trovano una nuova dimensione nel perdere la propria unicità. Parte integrante di queste scatole luminose è un monitor che le affianca, diviso in due immagini: in una cogliamo l’autore del ritratto nel momento in cui guarda il soggetto da ritrarre; nell’altra le mani, incerte e creative, che tentano di dare una forma a quello stesso sguardo.

Vedo nel velo non vedo. Questo filmato è il risultato di un incontro fra due mondi e due modi di percepire il corpo e di raccontarsi, solo apparentemente distanti. Una giovane allieva della scuola media inferiore dove l’artista insegna e la curiosità di fronte a una ragazza con il velo vicino a ragazze con i capelli lunghi e sciolti. Poi l’attrazione verso dei gesti composti ed eleganti nell’accurata sistemazione di un copricapo che solo copricapo non è.