Semilibertà

Semilibertà

Semilibertà

Giorgio Persano

Piazza Vittorio Veneto 9

Torino

Inaugurazione 1 ottobre, 2007

Mai spettatori di una situazione in cui non ci si ritrova, mai sopraffatti da sperimentazioni fine a se stesse. Con Paolo Grassino siamo abbarbicati in una notte dal cuore nero, dai lampi taglienti, dove la bellezza è tensione ricercata, la forza del lavoro processualità innata.
Entriamo, dunque, in questa notte buia sapendo che qualcosa ci attende, un inquieto peregrinare ci cattura. Le ruvide sculture di Grassino sono lì, aspettano, hanno tempo. Venute da una profondità muta, scavano il pieno vuoto della sua immagine, del suo doppio che è anche il nostro. Vigili dietro le nostre spalle sono già davanti al nostro sguardo. Accerchiati, facciamo resistenza per non essere risucchiati nel fondo cavo che li sostiene, come nelle figure umane trafitte da tubi in alluminio che formano un gruppo di opere sospese tra la stabilità dell’essere e il movimento del divenire. Le pareti invalicabili formate dalle barre sono conficcate nei corpi, sostengono, ma anche sono trapassate dai simulacri in cemento dell’artista. E’ un passare attraverso che si risolve nel bloccare il movimento in elementi portanti. Ma non solo. C’è un diverso piano di lettura che ritroveremo in tutta le opere di quest’ultimo periodo, anche se meno evidente. Mi riferisco all’attenzione che Grassino ha posto verso gli elementi primari che compongono la forma: il punto, la linea, la superficie. Qui ciò che interessa è il punto, l’origine della dimensione e la linea come sua configurazione sequenziale irrigidita. Il punto è il nulla, ciò da cui scaturisce la possibilità stessa dell’essere. Un foro, un buco, nero che ingloba attirando a sé la materia, ma che nello stesso tempo, nel espandersi all’infinito, ci restituisce la condizione trascendentale della luce. Ci accorgiamo che i corpi “bucati” dai tubi, visti di fronte, sono trapassati da fori di luminosi. Se ci guardiamo dentro un bagliore ci acceca. Ci porta dentro mentre ci porta fuori, verso l’origine delle cose.
Abbiamo sfondato la superficie, questa volta entriamo nel corpo e un pezzo di sistema venoso ci accoglie, sembra un grosso animale acquatico inerme che giace per terra, ma che potrebbe risvegliarsi e avvolgerci con i suoi tentacoli, risucchiare linfa vitale. E’ sangue raffermo, coagulato, grumoso, dall’apparente freddo del metallo che ci avvolgeva nel turbine della separazione dell’anima dal corpo, qui che siamo dentro al solo corpo ne scopriamo l’inviolabilità, il suo fascino perverso. Una volta entrati , superata la soglia, sappiamo che ogni dicotomia è tolta, l’interno si piega verso l’esterno, la natura si trasforma in cultura, il dominio del corpo in ingegneria genetica e bio-computing. La superficie diviene articolazione del caos, la linea raggiunge la complessità dell’irrappresentabile, il punto diviene lo zero del digitale inorganico.
A questo punto ci sentiamo in trappola. Grassino ci conduce nel regime di semilibertà, che taglia, dimezza, seziona i pensieri, i corpi, i sogni, i desideri. Una prigione, un neon blu ce lo segnala. Non possiamo oltrepassare il limite imposto dalle barre metalliche. I tubi tagliano lo spazio come un campo elettrico, tendono l’aria. Visibili, segnano il territorio invisibile dei poteri che dividono, anche se non sappiamo chi è dentro e chi è fuori; chi la vittima, chi il carnefice. Separano i corpi. ma non gli sguardi. Ci si vede, e le mani si possono tendere dall’ ”altra parte”, quasi a voler sottolineare il vincolo, il legame che ci unisce, ma anche il compromesso a cui dobbiamo sottostare per essere socialmente liberi. Ma altre cose ci attendono.
Due mutanti, uno in piedi con le braccia conserte, l’altro seduto, o meglio, accasciato, sul vuoto scheletro di una sedia anelano inutilmente alla comunicazione con un centinaio di imbuti che occhieggiano luminosi come pori dilatati. Conficcati nell’asfalto nero della loro pelle, sono aperture per ascoltare, bocche metalliche per respirare, dove non sempre il passaggio è obbligato, poiché non c’è regola che vincoli lo scambio. La logica che li governa è una logica dell’eccesso, dell’ibridazione, dominata dal gioco parossistico del dispendio, mentre il nostro respiro accelera, la pulsazione aumenta e l’ascolto si dilata fino al silenzio.
Dobbiamo tornare indietro, sospinti dal vento delle nostre paure, mentre Grassino ci accoglie con altre sperimentazioni. Questa volta sono delle carcasse quasi contundenti, delle architetture organiche di ciò che sta dentro i corpi: solo che qui non c’è corpo, perché non c’è calco. Non c’è niente che possa più raccogliere il soffio inebriante della vita, la profondità dell’universo. Il desiderio è sospeso, raggelato, ma solo per un istante. Occorre ora rischiare e giocare con il destino e la materia. La sfida consiste nell’eliminare la matrice e formare con l’alluminio un blocco unico, irripetibile. L’originale e la copia qui coincidono in un puro simulacro a cera persa, una cristallizzazione senza resto che trasforma la scultura in processo. Fusione lenta di un vuoto senza fondo, l’opera si consuma al suo apparire con opaca lucentezza nella coltre di una notte che ci avvolge, per resistere.

Gian Alberto Farinella