Susana Solano

Susana Solano 2006

Susana Solano 2006

Giorgio Persano

Piazza Vittorio Veneto 9

Torino

27 aprile – 30 settembre 2006

L’ambigua semplicità della visione

Quando pensi di aver capito, sei già sorpreso da una nuova visione che inevitabilmente destabilizza il significato acquisito e composto. La scultrice spagnola Susana Solano gioca con l’apparente stabilità del senso con un rigore d’impronta minimale e un dissimulato gusto per l’ironia e la bellezza. La linea di sabbia che demarca il crinale di una duna del deserto (Edehde nella lingua dei Tuareg che dà il titolo al video del 2004) viene “rimossa” con un gesto antico e ricco di memoria. E’ un procedere lungo e intenso, ritmico e cadenzato che restituisce come una danza il tempo umano della percorrenza su questa terra. Un movimento che cancella la direzione univoca, la linea retta, per modularne l’andamento, per tracciare nuove linee. L’azione potrebbe durare tutto il tempo necessario di una vita. E’ un viaggio in andata e ritorno che traccia un modello di sperimentazione e d’amnesia. Se si ci si volta, si vorrebbe tornare indietro, sui “propri passi”, ma così facendo non troveremo che le tracce del passaggio, l’ombra allungata del cammino divenuto storia da raccontare, oblio, forse, da conservare. Trama e ordito, andata e ritorno, dritto e rovescio compongono, anche, i tessuti metallici che ritroviamo nel ciclo Shama IV, V, VI del 2003-2005. Sono griglie in ferro nero rivestite da una “pelle” di ferro galvanizzato. Solidi flessibili che riflettono spontaneamente una opaca lucentezza, dalla doppia funzione di fissare e rendere mobile l’«apparato di cattura» della visione quale concretizzazione sensibile del pensiero. Catturare la libertà per restituirla alla visione.
La dissimulazione visiva è in agguato, la volontà di depistare trova forma in Fonema III e IV del 2005 e 2006. Sono unità semplici di percezione, grandi fogli di alluminio sovrapposti che ricordano i ritagli di carta di un libro mai scritto. Cristallizzazioni fuggevoli; fissate, congelate al muro, ruotano idealmente su un centro, aperte in tutte le direzioni; potrebbero essere modificabili ad un sol battito di ciglio, ad un bisbiglio. Livingstone I e Stanley del 2005 e 2006, evocano l’avventura, il viaggio, la scoperta. Libere associazioni in acciaio inossidabile dove l’immaginazione solca e dilata la dimensione formale racchiusa nel materiale scelto. Metallo urlante che cortocircuita le interferenze mentali di chi osserva instaurando un dialogo tra l’artista e il pubblico che lascia aperta la possibilità di essere interpretato a proprio piacimento, senza vincoli e divieti. Una transazione che ha un caldo sapore esotico e la freddezza di una pura visione ideale.
L’attenzione per l’atto del vedere e la sua relazione con il tempo la ritroviamo nei due grandi fogli di carta lavorati “a mano” con pigmenti e colla che fanno parte di un ciclo intitolato La piel de nadie (La pelle di nessuno) opere del 1999 e 2000. Qui la percezione si intensifica, raggrumandosi in un amalgama, in una relazione fisica che coinvolge lo sguardo fino a portarlo alla saturazione. Segni tracciati da una combinazione di forza e leggerezza che come proiezioni visive di flussi di coscienza si susseguono incessanti e sempre differenti. Una differenziazione che è una differenza di grado; una modulazione di intensità che è una modalità di co-esistenza su un piano di immanenza: la carta. Nella durata temporale gli istanti, carichi di impressioni, vanno a formare questa pellicola di superficie, si depositano su questa pelle primordiale che appartiene a tutti e quindi di diritto a nessuno. La libertà, si sa, non ha prezzo.

Gian Alberto Farinella