White sea

White sea

White sea

Giorgio Persano

Piazza Vittorio Veneto 9

Torino

17 ottobre 2005 – 25 febbraio 2006

A Maria Serebriakova piace posizionarsi sul limite delle cose. Si trova a proprio agio sulle linee di percorrenza che portano lontano a bordi del mondo. Come un nomade attraversa spazi fisici e mentali facendo del ricordo la traccia della sua fuga. Inventa mondi impossibili lavorando sul tempo, sono frammenti di vita vissuta che prendono corpo attraverso un processo di disgregazione del significato giocando sul contrasto e lo scarto del medesimo per aprirsi all’altro, sia esso sogno o disincanto. L’unità è disarticolata a favore della molteplicità, la mobilità è fissata per contrasto nella dinamicità del rapporto che gli oggetti e le forme intrattengono tra loro, il dentro diventa il fuori cosi come l’aprire diventa il chiudere, ma il processo non si ferma qui, la dialettica dell’opera macina la funzionalità degli oggetti d’uso quotidiano come sedie e tavoli mettendoli “fuori uso”, congelati sotto vetro. Solo un piccolo spiraglio ci permette di passare la soglia ma è solo una possibilità costruita sul mormorio delle parole che trapassano nei fori di una vetrata di un reparto di medicina infettiva o di una prigione per detenuti speciali. La tensione è alta e l’equilibrio è precario, da un momento all’altro si potrebbe incrinare la linea che demarca i confini del mondo per indurci maggiormente a considerare che, dopotutto, è ai margini che si trova la verità subita e sempre cercata. I ricordi diventano desideri, si trasformano in falsi movimenti come in certe fotocomposizioni in cui utilizza la tecnica del collage sovrapponendo immagini di uomini che eseguono esercizi ginnici in un ambiente domestico collocandoli in improbabili paesaggi naturali. Ma il nomadismo della Serebriakova opera anche in altre direzioni, è impegnato anche su altri fronti. Sfugge ad ogni trappola concettuale che tenti di catturare la variazione continua del movimento a cui sottopone gli oggetti che utilizza per il loro apporto minimo, ma essenziale per l’esistenza.

Esposti in galleria, due libri che rimangono sospesi a mezz’aria, ad altezza del nostro sguardo troppo spesso disattento, chiusi e bloccati in una teca di cui possiamo leggere soltanto il dorso, ci attendono silenziosi dichiarando: when you read a word you hear a voice. E’ la frase ripetuta su entrambi i volumi, soltanto che, su uno di essi, è presentata nel verso contrario come fosse riflesso in uno specchio. Il risultato ottenuto induce a un contromovimento bidirezionale della lettura, come per ricordarci che la verità di un enunciato può essere capovolto nel suo esatto contrario ogni qual volta ci è utile o necessario. E’ un intervento asciutto che mostra l’impossibilità che cela il reale come spazio interdetto alla visione nella sua evidente trasparenza. Vorremo aprire quei libri, liberarli, ascoltare la loro voce per portarli in vita.

Un’altra opera presente in galleria è intitolata The encounter, si presenta con lo stesso rigore formale di una lama che incide i contorni del concetto per saggiare la sua consistenza e tradurlo in tratto intensivo. E’ come se ci trovassimo di fronte ad una conversazione in un parlatorio dove c’è tensione e abbandono. Vediamo solo quattro pallide mani serrate una con l’altra sospese da una struttura in metallo, vicine, ma ugualmente lontane, in attesa di colmare il ritorno speculare della loro immagine e duplicazione dialettica.

Un altro territorio ugualmente liminale pronto a essere riterritorializzato dall’artista russa, è l’arcipelago di Solovetsky (Solovki), una località situata nella parte occidentale del mare bianco (White sea) a poche centinaia di chilometri dal polo nord. L’isola più grande dell’arcipelago ospita un monastero del XVI secolo usato come prigione per criminali e dissidenti sia ai tempi dello zar che durante il periodo sovietico. Questi elementi descrittivi servono a collocare la serie di fotografie in bianco e nero che culminano nelle due grandi stampe intitolate Indivisible. Sono visioni che documentano il permanere del tempo passato in quello presente, creando una sospensione temporale che sconfina nell’irreale. Case che non sono case, interni che non sono interni che si aprono a spazi che erano luoghi di internamento senza muri. Ancora una volta però è il concetto di scambio, di inversione che prevale sull’elemento descrittivo: l’esterno che diventa chiuso, l’interno come luogo dell’aperto.

Sempre nella suggestione del grande mare bianco, l’instabilità dell’orizzonte messa in opera nel installazione video Uneasy balance crea uno spazio e un suono alle due grandi e misteriose teche che celano al proprio interno due barche “abitate” da presenze umane. Approach è come una attraversata nella fitta nebbia del nord dove scorgiamo a malapena qualcosa. Sono punti di attacco per un dialogo infinito che ridona spessore e senso alla visione. Una sagoma che si concretizza in una percezione, quasi tattile, di punti d’appoggio che rimandano a tocchi di vita.

Gian Alberto Farinella